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Il luppolo italiano

10 gennaio 2017 // I mastri birrai Il luppolo italiano

Il luppolo (Humulus lupulus) insieme all'acqua, al malto d'orzo e al lievito è uno degli ingredienti fondamentali per la birra. 
È una pianta perenne a fiore, appartiene alla famiglia delle Cannabacee e può raggiungere i 7 metri circa di altezza. Cresce spontaneamente lungo le rive dei fiumi o ai margini dei boschi, in aree fresche e non troppo umide, sino ai 1200 metri di altitudine. Predilige i terreni fertili e ben drenati.
La sua coltivazione è iniziata a partire dal IX secolo in Inghilterra: pur essendo già nota come pianta, fino ad allora nessuno aveva pensato di coltivarla. 
In Italia fu l'agronomo Gaetano Pasquì di Forlì a introdurne la coltivazione ed esplicarne le preziose qualità, oltre a impiegarlo, già dal 1860, nella produzione brassicola. 
Nel nostro Paese è comune nelle zone settentrionali (dove si trova spesso selvatico), mentre diventa sporadico al Sud. 
L'Italia sarebbe, dunque, un ottimo territorio di coltivazione per il luppolo, tuttavia, ad oggi, si può parlare solo di sperimentazione o coltivazione “casalinga” che non arrivano a soddisfare il fabbisogno produttivo di un microbirrificio. Quindi non c'entrano le problematiche di ordine climatico, anzi favorevoli, ma le norme legislative, burocratiche ed economiche vigenti in merito alla questione. 
Tanto per cominciare, solo dall'agosto del 2015 è presente, nel nostro Paese, un'autorità competente che si occupi della certificazione, secondo le norme UE, del luppolo e dei prodotti derivati e che quindi ne accerti la conformità e la possibile vendita commerciale. 
 
Ad oggi 1 Kg di luppolo viene venduto ai birrifici a prezzi variabili tra i 15€ e i 100€ (o anche più per varietà particolarmente pregiate), cifre che lasciano intuire un mercato redditizio, ma che riscontra non poche difficoltà. Innanzitutto l'assenza di una filiera: i rizomi o le piante per realizzare il luppoleto sono acquistabili per lo più all'estero, non esistono aziende nazionali che producano i macchinari necessari alla cura e alla raccolta dei coni (ricordiamo che la pianta raggiunge i 7m di altezza!), mancano i fornitori dei materiali per la costruzione dell'impianto (pali di sostegno e reticoli di filari adatti), non c'è manodopera che venga accuratamente formata per una coltura di questo tipo e non esistono i consorzi per la vendita dei prodotti sul mercato e, va da sé, è assente anche la cerchia dei consumatori, anche se i microbirrifici interessati all'acquisto sarebbero molti. Chi sceglie di coltivare luppolo nel nostro Paese è un pioniere che deve svolgere un grande lavoro di ricerca e soprattutto manuale. 
 
Un altro problema sono i costi fissi: la costruzione dell'impianto con i pali per il sostegno dei fusti, le reti di filari, gli ombreggianti e gli impianti di irrigazione a goccia costano già oltre 10.000 €. E poi ci sono i costi variabili, come la manodopera impiegata, l'attività di ricerca e sperimentazione e la manutenzione dei macchinari. Tenendo a mente che, ora come ora, la stima approssimativa dei ricavi e degli utili per il reinvestimento non può essere calcolata, perché la produzione non è sufficiente e perché le aziende continuano ad acquistare luppolo estero, per cui non si hanno dati oggettivi. 
 
Inoltre, le norme vigenti non sono adeguate: solo per fare un esempio, in materia di trattamenti fitosanitari non esistono prodotti specificatamente consentiti per la trattazione del luppolo, dunque, i ricercatori hanno finora utilizzato per lo più induttori di resistenza, ammessi in agricoltura biologica, come il rame e lo zolfo.
 
Nonostante le difficoltà, il futuro sembra comunque andare nella direzione di coltivazioni, anche biologiche, che potranno in parte o del tutto rifornire i nostri birrifici. Un trend questo, che potrebbe dare ulteriore sviluppo alle birre fresh hop, brassate con luppolo fresco il quale ha un tempo di deperimento molto breve per cui dev'essere, per forza, coltivato nei pressi del birrificio. 
Numerose stanno diventando anche le coltivazioni casalinghe o amatoriali ed esistono dei veri e propri censimenti, operati dai portali online come LuppoloItaliano, sul quale è possibile reperire una mappatura dei luppoleti attualmente presenti in Italia.
 
Un altro interessante progetto è stato quello di Italian Hops Company, la prima start-up riconosciuta dal Ministero dell'Agricoltura. Riconoscimento grazie al quale i quattro ragazzi modenesi hanno potuto avviare la commercializzazione dei frutti del loro lavoro. 
 
Per concludere, in generale, i microbirrifici che hanno sperimentato una produzione con luppolo coltivato in Italia, si sono detti molto soddisfatti del risultato, riscontrando ottimi feedback da alcune varietà tedesche e da molte di quelle americane. 
Nei prossimi due anni assisteremo, senza dubbio, a delle grandi novità e chissà che dopo lo stile non riusciremo a portare al mondo birrario una varietà di luppolo tutta italiana. 




Lelio Bottero e Marianna Bottero

 
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